Chi lavora ogni giorno con gli imballaggi finisce prima o poi per notarla, di solito per caso: una sigla piccola, in un angolo della scatola, PAP seguito da un numero. Pochi si fermano a chiederle conto. Eppure quella sigla dice molto più di quanto sembri — da che materiale viene la scatola, come va trattata a fine vita, e in certi casi anche un obbligo di legge che riguarda direttamente chi progetta l'imballaggio, non solo chi lo smaltisce.
Una sigla nata per mettere ordine in Europa
PAP sta semplicemente per "paper", carta. Arriva dalla decisione della Commissione Europea 97/129/CE, che nel 1997 ha messo ordine tra i materiali da imballaggio assegnando a ciascuno una sigla e un numero: carta, plastica, metallo, legno, vetro, tessuti. Prima di quella decisione ogni produttore etichettava a modo suo, quando lo faceva; da lì in avanti chi tratta un rifiuto — un impianto o, più banalmente, chi butta una scatola nel bidone giusto — ha un codice riconoscibile in tutta Europa.
Tre codici, simili ma diversi tra loro
Qui sta il punto che genera più confusione: PAP non è un codice unico, ne racchiude tre, e la differenza conta.
PAP 20 — cartone ondulato. L'anima a onda tra due strati piani, quella che dà rigidità e assorbe gli urti. È il materiale delle scatole da trasporto, degli imballi da spedizione, e di molti espositori da terra e display strutturali per il punto vendita.
PAP 21 — cartone teso, pressato. Compatto, senza onda, più rigido al tatto. Astucci per prodotti cosmetici o farmaceutici, fondi e pareti di scatole più raffinate, molti espositori da banco: dove serve una superficie liscia e stampabile con precisione, di solito c'è cartone teso.
PAP 22 — carta fino a 150gr/mq. Nessuna struttura, solo il foglio: etichette, veline, carta da imballo leggera, fogli protettivi. È il codice che si trova più spesso da solo, senza abbinamento ad altri materiali.
Su una scatola con più componenti — la struttura, una finestra trasparente, un'etichetta incollata — capita di trovare tutti e tre insieme, ciascuno riferito alla sua parte. Tenere separata la scheda dei materiali fin dall'inizio del progetto, in questi casi, rende la marcatura finale molto meno complicata.
Volontario in Europa, obbligatorio nei fatti in Italia
La decisione 97/129/CE lo dichiara fin dal primo articolo: l'uso del sistema è volontario. Ma in Italia il decreto legislativo 116 del 2020 ha introdotto l'obbligo di indicare sull'imballaggio la natura dei materiali che lo compongono, per agevolare la raccolta differenziata — e nella pratica, il sistema PAP (insieme alle sigle equivalenti per plastica e metallo) è diventato lo strumento con cui quell'obbligo viene assolto quasi ovunque, semplicemente perché è già standardizzato e riconosciuto in tutta Europa. Chi in Italia continua a considerarlo un'etichetta facoltativa, in realtà, sta saltando un adempimento.
Il ciclo di Möbius non dice tutto da solo
Al codice si accompagna spesso il ciclo di Möbius, il simbolo con le tre frecce che si rincorrono formando un triangolo — in genere verde, quando si tratta di carta. Indica che il materiale è riciclabile, oppure che contiene una quota di materiale già riciclato, ma non specifica automaticamente quale delle due cose. Un'etichetta fatta bene lo dichiara esplicitamente, senza lasciare al simbolo il compito di raccontare tutto da solo.
Una parentesi: PAP non è l'unica sigla del sistema
Lo stesso schema della decisione 97/129/CE copre anche gli altri materiali da imballaggio. La plastica ha le sue sigle numerate — PET (1), PE-HD (2), PVC (3), PE-LD (4), PP (5), PS (6), fino a un generico "altro" (7) per i materiali compositi o non altrimenti classificabili. Il metallo usa FE per l'acciaio e ALU per l'alluminio, il legno FOR, il vetro GL. Su un espositore o un packaging misto — dove cartone, plastica e a volte metallo convivono nello stesso pezzo — è normale trovare più sigle diverse insieme, una per ogni componente separabile: è la logica dell'intero sistema, non un'eccezione al caso della carta.
Cosa cambia per chi progetta il packaging
Il codice PAP non è un dettaglio grafico da sistemare in fase di stampa, all'ultimo momento. Va deciso a monte, insieme al materiale e alla struttura del pezzo, perché determina come l'imballo verrà trattato a fine vita — e sempre più spesso è anche quello che i clienti della grande distribuzione chiedono di vedere già presente sulla scheda tecnica, prima ancora di vedere il prodotto finito. Se stai definendo un packaging o un espositore e vuoi che la marcatura ambientale sia corretta fin dal progetto, contattaci: in BILCA ce ne occupiamo insieme a te, dalla scelta del materiale alla scatola finita.